Schematizzata l'evoluzione del piede calcaneo-valgo durante l'infanzia (schemi 1 e 2) e riassunta la patologia dell'ontogenesi alla quale può essere riferita la deformità, l'autore ne imposta l'eventuale trattamento operatorio suddividendo tre diversi momenti chirurgici: 1) una chirurgia rivolta ad eliminare le cause della deformità; 2) una chirurgia rivolta a controllarne l'evoluzione; 3) una chirurgia intesa a correggerne le conseguenze. Chirurgia rivolta ad eliminare le cause. E' una chirurgia precoce che ha indicazione in un valgo patologico del calcagno (12-14 non correttosi spontaneamente all'età di 4-6 anni. Nel porre l'indicazione chirurgica occorre tenere anche conto dei fattori familiari (ereditarietà), dei fattori costituzionali (lassità legamentosa ad esempio), di eventuale patologia sovrasegmentaria degli arti inferiori (ginocchio varo o valgo, coxa antiversa, etc.). Possono essere compresi in questo gruppo gli interventi di: plastica del legamento deltoideo (Shoofìeld); trasposizione prossimale dell'inserzione del tibiale anteriore (De Doncke); osteotomia di traslazione del sustentaculum tali (Selakovich); allungamento del tendine di Achille (Thys); « agraffage » esterna astragalo-calcaneale (Lelièvre); plastica del legamento calcaneo-scafoideo plantare (tecnica personale). Chirurgia rivolta a controllare l'evoluzione. È una chirurgia che, non modificando alcuno degli elementi scheletrici del piede, cerca di ristabilire tra loro corretti rapporti morfologici che ne determinino la successiva normale evoluzione. Scopo è di evitare la sublussazione della testa dell'astragalo, prima tappa dell'evoluzione del piede calcaneo-valgo verso il piede piatto-valgo. La clinica documenta reversione mediotarsica e la radiologia la divergenza sul piano orizzontale di astragalo e calcagno, che convergono invece sul piano sagittale. Più importanti sono gli interventi di artrorisi sottoastragalica con inserto osseo (Lelièvre) o con materiale inerte (Enkiaar; Viladot; Voutey; Valenti; Grassin; Hermans) o con viti (Recaredo Alvarez; Burutaran), o trans-astragalo-calcaneale (Faggiana; Judet). Seguono gli interventi tendinei (Yong; Albanese; Natiello; Niederecker; Palazzi) e le artrodesi di sottoastragalica (Grice; Batchelor; Lopez e Zuzuarregui; Engstrom; Vigliani etc.) o di scafo-cuneiforme (Smith e Weil). Chirurgia atta a correggere le conseguenze. Se il valgo di calcagno evolve in piede piatto con grave eversione mediotarsica, sublussazione dell'astragalo che superi i 4CT, orizzontalizzazione del calcagno e perdita più o meno evidente della riducibilità, gli interventi succitati sono da soli insufficienti; inoltre, prima di mantenere la correzione, occorre qualche volta correggere deformità ossee quali, ad esempio, la ipertrofìa dello scafoide. Quanto sopra ha portato a numerose proposte di interventi più complessi con varia associazione di tempi legamentosi, tendinei, articolari ed ossei in parte derivati dall'intervento proposto da Miller nel 1927 (Viladot; Giannestras, Rodhveller, Johnson). La tecnica personale consta, dopo aver corretto in corso di intervento il valgo di calcagno e la sublussazione dell'astragalo, di un tempo laterale di legamento-plastica calcaneo-cuboidea dorsale e laterale, e di un tempo mediale di capsula-plastica astragalo-calcaneo-scafoidea con ligamento-plastica calcaneo-scafoidea plantare e lihio-scafoidea, associata a trasposizione distale e plantare del tibiale posteriore con, o no, trapianto del tibiale anteriore sullo scafoide ed allungamento dell'Achille. Il numero e la varietà degli interventi proposti fa ritenere che non si e ancora ad oggi addivenuti all'intervento elettivo; molto in rapporto al fatto che non sono ancora ben chiare le indicazioni. Pur se alcune tecniche chirurgiche (Regnauld) permettono la correzione morfologica del piede piatto dell'adulto nel rispetto della funzione, l'autore e tuttavia fautore di una chirurgia precoce con intenti di chirurgia eziologica, minore, senza aggressione scheletrica ed articolare.